Il "bello" del Crescent

di Raffaele D'Andria*, architetto

gillo_dorfles Gillo Dorfles

Nonostante l’indisponibilità dei giornali locali ad un impegno di dibattito sul Crescent, chi scrive ha constatato che il dibattito è comunque presente tra la gente. Varie sono, ovviamente, le posizioni e le valutazioni, le quali, però, sono tutte più o meno accomunate dall’applicazione di alcune categorie di ‘giudizio sintetico’, per così dire. Una di queste – più volte praticata dal maggiore sostenitore dell’opera, anche allorquando ha inteso giustificarne la validità a fronte di quella, molto più interessante, prospettata da Oriol Bohigas  – è la categoria del ‘bello’. Il Crescent, dicono alcuni, è un’ opera che esprime il ‘bello’ e, pertanto, sarà tale da dare prestigio alla città di Salerno. Evitando, quindi, di prestare il fianco a facili quanto demagogiche accuse di incomprensibilità intellettualistica, è da ricordare che la categoria del ‘bello’ non è di facile maneggevolezza, avendo implicazioni ben più complesse di quelle che appaiono; richiedendo, soprattutto, la conoscenza, ancorché elementare, di strumenti di analisi che sono propri della ‘critica architettonica’, strumenti definiti da Bruno Zevi come ‘urbo-architettonici’. Non volendo, però, chiedere tanto, pur nella consapevolezza dell’importanza che gli specialismi assumono nella valutazione di un’opera come il Crescent, si può semplicemente ricordare  quanto già affermato sul valore del suo progettista. In particolare, ai diversi sostenitori del ‘bello’ del Crescent, si può ricordare quanto espresso da Gillo Dorfles,  uno dei maggiori estetologi europei, che ha studiato il ‘bello’ (ed il suo contrario) in tutte le sue molteplici declinazioni formali e tipologiche. Nel 1990, intervistato da Luciano Semerani, da Giovanni Fraziano e da Giorgio Franck sul fenomeno del Kitsch (leggi ‘cattivo gusto’) in architettura, Dorfles concludeva dicendo che c’è “poi un kitsch – chiamiamolo Postmoderno – non ironico, del tutto serio, che purtroppo ha preso piede. Un semplice esempio: Bofill. Mi pare – precisava Dorfles – che Bofill sia un esempio tipico e dei più significativi; perché, mentre con gli esempi che facevo prima, si sfiorava spesso il kitsch, ma sempre o con ironia o con sufficiente organicità, con Bofill – uomo intelligente, di valore, all’inizio estremamente promettente – si cade spesso in una tipologia architettonica che non possiamo non chiamare kitsch. Molti suoi edifici sono esteticamente deprecabili e non fatti con ironia, ma perseguendo un’architettura vistosa, falsamente decorativa, antifunzionale, che fa colpo sul pubblico” (in Phalaris, n. 6, Venezia 1990).

*Raffaele D'Andria, architetto responsabile dell'ufficio tecnico della Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Salerno ed Avellino.
ha pubblicato:
Stratigrafie e interventi di restauro (1985)
Il tuffatore di Carlo Alfano (1995)
Il frammento e la cornice. Osservazioni sul museo (1998)
Tra il taglio e le onde. Museo archeologico di paestum. La piazza (1999)
"tenetelo legato col fil di ferro". Sul reatauro di John Ruskin (2000)
Un teatro di terra. Il parco archeologico da Velia a Bramshe-Kalkriese (2005)
Gillo Dorfles. Disegni e pitture ( 2006)
Mimmo Paladino al Museo Minimi di Paestum (2007)
Sul perimetro dell'arte. L'architettura di gigon e Guyer (2009)




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