Sul ‘paesaggio’ del Crescent

di Raffaele D'Andria*

Pubblicato il 17 giugno sul Corriere del Mezzogiorno con il titolo “Ambientalisti in errore, l’anfiteatro di Bofill non nasconde la costiera”, l’articolo dell’amico Ugo Di Pace sembra rilevare in tale edificio una sorta di coerenza o di sicura compatibilità ambientale.

“Guardando oggi dall’area dove dovrebbe nascere – egli dice – non si vede neppure l’ombra della costiera amalfitana, le rocce di Vietri coprono irrimediabilmente qualsiasi vista della divina costiera”. Asserendo ciò, Di Pace sembra anche sottendere la validità architettonica e urbanistica dell’opera di Bofill (che definisce, tra l’altro, come ‘anfiteatro’, ma che tale non è), salvo a verificarne alcune destinazioni d’uso, non essendo previste quelle culturali (gallerie d’arte, librerie, cinema, sale per i nuovi media).

In realtà, quasi confondendo il ‘contenuto’ con il ‘contenente’, Di Pace – persona molto avveduta per altre cose – non considera che, laddove si volesse valutare l’edificio di Bofill rispetto al ‘paesaggio’ (valutazione che comunque non è l’unico motivo di critica di cui è oggetto), quest’ultimo dovrebbe avere una ben diversa declinazione. Nel caso, sarebbe opportuno considerare il ‘paesaggio’ soprattutto quale proprietà insita nell’architettura in quanto tale; si dovrebbe parlare – volendo usare le analisi della moderna critica architettonica – di paesaggio dell’opera come ‘percorso’ che si delinea da una lettura percettiva a più livelli, suggerita dalle articolazioni plastiche e dai connotati di spazialità. E si tratterebbe, come si può ben immaginare, di un ‘percorso’ tanto più ricco di implicazioni quanto più trasversalmente riferito al ‘contesto’, all’attesa di raccordi formali, prim’ancora che funzionali, con i suoi diversi versanti, tra il costruito ed il mare, tra il dentro ed il fuori. Sotto quest' aspetto, poco c’entrerebbe il ‘paesaggio’ della ‘divina costiera’ che, tra l’altro, di ‘divino’ ha ben poco, essendo la conseguenza di mostruosi sbancamenti operati a partire dall’Ottocento. C’entrerebbe, bensì, la qualità architettonica del Crescent, nel cui astratto citazionismo, dispiegato in una banale curvatura planimetrica, si appiattisce l’intera riflessione sul ‘contesto’ (o sui suoi ‘margini’, per dirla con un concetto caro a Kevin Lynch), coagulato in un fronte edilizio povero di rimandi topologici, rigido ed estraneo oltre misura, ma soprattutto privo di quell’ironia che è l’unica condizione di riscatto dalla mediocrità.

Volendo indicare all’amico Di Pace un’alternativa, culturale prima che progettuale, si potrebbe richiamare il Palazzo di Giustizia progettato da David Chipperfield, opera di cui può ben essere fiero il Sindaco di Salerno. Benché proposto in qualche altra occasione, questo edificio è stato dimensionato anche quale reinterpretazione del proprio immediato ‘contesto’, rappresentato dall’orribile sequenza di quei ‘palazzi balconati’ che sono propri dell’edilizia speculativa del dopoguerra. Il risultato conseguito da Chipperfield – diversamente da quanto ottenuto da Bofill – è consegnato ad un’immagine di rigoroso e secco minimalismo, accentuato da discreti scarti cromatici e da variazioni dimensionali, entrambi applicati ad una stessa matrice tipologico-segnica: il tutto nitidamente leggibile nella composizione d’insieme, oltre che nelle sue ragioni funzionali.

*Raffaele D'Andria, architetto responsabile dell'ufficio tecnico della Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Salerno ed Avellino.
ha pubblicato:
Stratigrafie e interventi di restauro (1985)
Il tuffatore di Carlo Alfano (1995)
Il frammento e la cornice. Osservazioni sul museo (1998)
Tra il taglio e le onde. Museo archeologico di paestum. La piazza (1999)
"tenetelo legato col fil di ferro". Sul reatauro di John Ruskin (2000)
Un teatro di terra. Il parco archeologico da Velia a Bramshe-Kalkriese (2005)
Gillo Dorfles. Disegni e pitture ( 2006)
Mimmo Paladino al Museo Minimi di Paestum (2007)
Sul perimetro dell'arte. L'architettura di gigon e Guyer (2009)

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