Sogno di una notte di mezza estate

di Giuseppe Vuolo

 

L'Airbus A380 di Air France in volo dalla Grande Mela a Salerno rulla sulla pista 14 del JFK. Dopo 20 anni di America torno a casa. Per l'ennesima volta sarà ancora il takeoff il momento topico di questo viaggio.

Via libera dunque a tutta l'adrenalina che ho in corpo. Prendo posto vicino al finestrino davanti all'ala sinistra del gigante europeo che l'America ci invidia. L'hostess che controlla il corridoio mi becca con le cinture slacciate.  Devo ammettere che ho la testa altrove. Questo non è un viaggio come tanti. Attiva in me ricordi sui quali la mente quasi si paralizza.

 

"Buongiorno, signori, è il comandante che vi parla". Basta poco per sentirsi a casa. E quel  saluto ripetuto in italiano subito dopo il francese d'obbligo ha l'effetto di quel poco.

Dall'interfono avvisano che il computer di bordo segnala cielo nuvoloso. E' il momento in cui entrano in campo gli assistenti di volo, gente di grande mestiere capace di bloccare sul nascere  qualsiasi brutto pensiero.

Voliamo sugli 11.000 metri. Scelgo un film del neorealismo italiano. Racconta di un'avvenente donna di giovane età, eppure già maestra di seduzione. Abborda un ricco uomo di affari, e in quattro e quattr'otto lo convince a sposarla. Ma sul più bello, al momento del sì, ci ripensa e manda tutto per aria. Fine della breve storia d'amore, durata meno del classico spazio di un mattino. D'accordo: avrei dovuto scegliere meglio per rilassarmi, senza però annoiarmi. E invece quel movie ha avuto solo l'effetto di conciliarmi col sonno, quando eravamo - segnalava il monitor sistemato davanti alla cabina del comandante - sopra i Banchi di Terranova. Buona notte e sogni d'oro. Mai sogno fu più dorato di quello che iniziavo a fare in una notte di mezza estate, in un cielo bucato - annunciava il meteo - da nuvole sparse. L'aereo era già nel corridoio di discesa verso Salerno, quando d'un tratto, avvicinandosi alla costa, sbucò davanti una spiaggia di sabbia sahariana, ricoperta di alti palmizi. Non mi sembrava che l'aereo avesse virato di molti gradi verso sud-est, eppure ero pronto a scommettere che  stavamo planando su Santa Cruz di Tenerife, per l'esattezza sopra la Plaia di Las Teresitas. Quando d'un tratto mi si spezzò l'aria in gola. Non credevo ai miei occhi. Davanti alla scuola elementare Barra, di fronte al mare frequentato furtivamente da scugnizzo in compagnia del primo amore tirandomi dietro a fatica una camera d'aria di camion, àncora di salvezza tra le insidie delle onde, s'ergeva un enorme edificio neoclassico bianco. Un fabbricato a forma di ciambella - che i newyorkesi avrebbero bollato con sprezzo condominium - delimitava la sconfinata inutile piazza, senza un albero né una goccia d'acqua che ristorassero la "traversata" all'ignaro viandante. Non faccio in tempo a interrogarmi sulla paternità di una così impensabile trovata, quando sulla sinistra mi acceca il rivestimento dorato del grattacielo di 80 metri a forma di spinnaker, fratello gemello - quanto a scenografia- del Burj Al Arab, il famoso albergo a 7 stelle di Dubai.

Fly 546 Air France from JFK landed, avverte lo speaker. Vista dall'aerostazione, opera del cinese Ma Chi Tzè, i tratti della Salerno che avevo lasciata appaiono sciupati da un trucco troppo pesante. Scendo alla prima stazione della sub-way, e ceno in un ristorante (mi dicono somalo, ma potrebbe essere finanche azteco) sul sea-front (qui chiamano così il lungomare, per darsi delle arie). Meglio le zeppole di mamma Gilda nella vecchia casa in Via Papio.

In fondo, dallo sbarco in poi al sud gli americani sono sempre stati assimilati ai paisà. E l'american style, ossia le americanate, sono diventate spesso una specie di status symbol collettivo.

Alle dieci a.m., un torpedone a forma di sirena, uscito dal lapis di un altro Ma Chi Tzè, ci preleva nella hall, per un tour de la Nueva Ciutat, la Salerno2, come con supponente civetteria meneghina ormai la definiscono i nuovi padroni del vapore.  Ci portano al Marina di Arechi, la più bella rada per barche da diporto ad est di Valencia. Un ingegnoso insieme di forme convesse (c'è chi dice però siano concave, vai a capire) di Santiago Calatrava.

Poi di corsa alla Cittadella giudiziaria, brown architecture di David Chipperfield, in città da tutti confidenzialmente chiamato Copperfield.

Per strada neppure un pitocco. D'un tratto sbuchiamo su Piazza della Libertà, quella che già avevo adocchiato dall'alto planando su Salerno. La più grande d'Europa, sul mare. La chiudono 700 colonne in stile ‘dorico-fiorito' sulle quali si eleva un mastodontico residence progettato dal catalano Ricardo Bofill per sceicchi rigorosamente d'importazione. A destra, la stazione marittima di Zaha Adid, un'enorme ostrica di plexiglas che si schiude per lasciar uscire, da sinistra, la perla nera: il monumento equestre di 25 metri all'artefice della ‘Nueva Ciutat' destinata - dicono i più - a contendere alla Caput mundi il titolo di Città Eterna.

Cala la sera. Il mare gonfio per il maestrale minaccia tempesta. Gli allibratori del ‘Valentina' piazzano le ultime scommesse. Ed io sazio di questo ben di dio, con la speranza di trovare, com'era e dov'era un tempo, almeno il Duomo di San Matteo, comincio a fare quattro conti. Cavolo, però che business! Ma questa Salerno che fa di sé bella mostra trova davvero tutti d'accordo?, chiedo a un cronista che ostenta di saperne più di altri.

"Mister - risponde, perdendo le staffe e agitando tra le dita un grosso corno rosso - qui se tutto andasse in malora, il popolo non volterebbe mai le spalle all'artefice del Rinascimento salernitano. Lei deve capire che i catalani (gli architetti, s'intende) stanno alla Salerno d'oggi come gli aragonesi stettero alla Napoli del ‘500. Lei è appena arrivato, ma non impiegherà molto per rendersi conto che Salerno oggi è una specie di Las Vegas".

"Eh no, amico mio. Questo se permette l'ho afferrato subito". E cercando di evitare il peggio, quatto quatto m'involo. Proprio mentre il chiassoso vociare di una coppietta mi sveglia nel sorvolo della vetta del Dôme de Chasseforêt.

 

 

 

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