Ceausescu, il faraone e il cacicco.

di Matteo D'Aiello

Scusate il tono scolastico ma, come avrebbe detto il Manzoni “noi chiniam la fronte al massimo fattor…”, è infatti il caso di scomodare uno dei Padri della nostra letteratura per affrontare l’argomento del giorno nella nostra città ovvero la costruzione della tomba del sindaco De Nuca.

Questo self-made-man che non ha ormai pari nella storia cittadina, che si è elevato da semplice segretario di sezione del defunto PCI a quadrilustre sindaco di sempre nuove primavere, che riesce ad essere tutto ed il contrario di tutto assommando in sé a rappresentanza parlamentare, l’amministrazione cittadina e, contemporaneamente, l’opposizione consiliare,

che è presente in televisione anche di notte e, contemporaneamente, nelle strade di periferia a combattere la prostituzione, che determina la posizione dei lampioni e degli assessori come quella dei dipendenti pubblici o dei “managers” o degli spruzzi delle fontane, che sfida Sassolino come Verlusconi o Possi o il sindaco di Parigi o quello di Berlino, che ritiene benevolmente che i giornali servano ad arrotolare il pesce, insomma questo superuomo nella terra dei nani, sta pensando alla propria morte.

Tutti noi, confessiamolo, ad una certa età cominciamo a pensare alla morte, anche noi miseri nani, e se siamo dei piccolo borghesi per bene, ci interessiamo alla tomba di famiglia, andiamo a rispolverare vecchie carte con le concessioni cimiteriali: qualcuno ha il loculo prenotato, qualcuno ha la piccola cappella di famiglia, altri appartengono a congreghe con quei condominii di trapassati ordinatamente sistemati in più piani. Altri ancora pensano di farsi cremare ed i più romantici immaginano di farsi seppellire in un piccolo camposanto di paese sperando di evitare la calca delle grandi necropoli moderne.

Ma ciò non andava bene a quei grandi uomini che tanto avevano governato da sentirsi superiori, non più umani ma simili a divinità personificate: i Faraoni.

Che facevano quindi i Faraoni? Si facevano costruire dei sepolcri immensi, delle città sotterranee o delle piramidi monumentali: anche da morti avrebbero superato tutti i viventi. Erano o no i Faraoni?

E allora il nostro eroe cittadino, pensando al luogo della sua sepoltura, ha immaginato qualcosa che lasciasse un segno, foss’anche uno sfregio, sulla faccia della città, e con i soldi dei contribuenti ha deciso di ingaggiare un architetto, che gli preparasse degna sede di giacenza.

Una lapide va bene per un eroe morto in guerra, un monumento per un idealista o un pensatore ottocentesco, l’intestazione di una via o di una piazza va bene per un re o per uno statista, ma per De Nuca, avrà pensato il nostro, ci vuole un mausoleo a “imperterrito” disdoro.

E per essere sicuro di concretizzarlo (impensabile lasciare l’incarico di realizzare qualcosa post mortem agli incapaci che lo seguiranno) ha subito messo mano alla tasca (degli altri) e si è slanciato nell’operazione, armato di plastico e bacchetta, come il Vespa televisivo, per illustrare al popolo quello che la giunta da lui scelta, composta, presieduta, imbonita o minacciata, ha deliberato in mezz’ora.

Nemmeno i Faraoni riuscivano a tanto in così poco tempo, pur avendo ampi spazi a disposizione nel vasto Egitto; ma tant’è ciascun popolo si merita i padroni che ha, e dato che la storia si ripete in grottesco, i Rumeni si beccarono Ceausescu per un bel po’, noi ci becchiamo i Verlusconi e nelle città minori i suoi epigoni o, quando va male, qualche autocrate di bassa levatura, che sgomitando nel presente tenta di immortalarsi nella tomba: una tomba stile cacicco.


 

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