Il Crescent della discordia

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l'alternativa secondo la Carta del New Urbanism

05 Giugno 2010 da lecittadelsud

Tag: Governo del Territorio

 

Vittorio Sgarbi l'ha definita "una delle dieci cose più brutte al mondo". Stiamo parlando del contestato Crescent che il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, sta realizzando nel posto più incantevole della città di Salerno, quello che dal porto turistico corre sul lungomare verso la spiaggia di Santa Teresa,

ovvero una piazza da circa 27 mila metri quadri (pari a 3 campi di calcio messi in fila nel senso longitudinale) circondata da un gigantesco edificio alto 33,25 metri sul livello del mare (equivalente all'altezza di un moderno palazzo di 10-11 piani) che abbraccia a semicerchio la piazza. Il mega-progetto è firmato dall'architetto catalano Ricardo Bofill, classe 1939, esponente di quella corrente postmoderna che abbina il classico alla contemporaneità. Il risultato, a Salerno, "sarà un mastodontico edificio che separerà il centro storico dal golfo", dice Alberto Cuomo, docente di Architettura all'Università di Napoli: "un'operazione gestita senza il confronto con la popolazione e distante dallo spirito originale del piano regolatore".
Nella visione originale dell'architetto Oriol Bohigas, a cui nel 1992 il consiglio comunale aveva commissionato il nuovo piano regolatore della città, l'area di Santa Teresa doveva aprire decisamente la Salerno vecchia al mare. Invece il progetto attuale, in fase di realizzazione, prevede una muraglia alta circa trenta metri che altererà per sempre un pezzo della città di Salerno, creando una frattura indelebile tra la città e il mare. Tratti emblematici del Lungomare e del centro storico vedranno chiudersi la visuale verso il mare e verso la Costiera.

Su tale scelta sarrebbe opportuno indire, come per esempio è successo a Firenze, un referendum per dare la possibilità alla collettivtà di esprimersi su questioni importanti che riguardano il proprio territorio e la qualità della vita delle generazioni attuali e future. Si parla tanto di sostenibilità, di valutazione di impatto ambientale, di limitazione del consumo di suolo, di decrescita felice e poi quando si passa dalla teoria alla pratica la speculazione è sempre dietro l'angolo. Una speculazione edilizia che oltre a coprire una parte della città per il suo stesso essere mastodontica, tradisce lo spirito del Piano-Bohigas del recupero del mare, compromettendo pesantemente la visibilità preesistente del paesaggio costiero, "un valore" paesaggistico da tutelare.

Secondo gli sviluppi più recenti della ricerca urbanistica, espressi nella "Carta del New Urbanism", tutti i piani dovrebbero prevedere delle comunità complete e integrate che dispongano di abitazioni, negozi, posti di lavoro, scuole, parchi e i servizi civici essenziali per la vita quotidiana dei residenti. Tali comunità, in particolare, devono:
- avere un nucleo centrale in cui si  raccolgono funzioni commerciali, civiche e ricreative.
- disporre di un'ampia dotazione di aree verdi attrezzate, sotto forma di piazze, giardini, parchi e prati naturali, il cui uso frequente sia facilitato dalla posizione e dalle caratteristiche progettuali degli insediamenti.
Ovunque possibile si dovrebbero conservare la copertura naturale del terreno, la permeabilità dei suoli e il drenaggio delle acque, la vegetazione originale della comunità, con la tutela delle specie più pregiate all'interno dei parchi e nelle cinture verdi.
I piani, inoltre, devono essere sviluppati attraverso un processo aperto di partecipazione; ai partecipanti dovrebbero essere forniti modelli visuali di tutte le proposte di piano. Questa è la nostra proposta, in linea con i principi della Carta del New Urbanism: più verde, meno cemento e completa autosufficienza energetica degli edifici.

 

 

 

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